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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


27 gennaio 2014

I meritocratici

C'è un'intervista di Alfano oggi su ‘Repubblica’ che meglio di tante chiacchiere spiega il senso della proposta di LEGGE PROPORZIONALE (perché di questo si tratta, non le cazzate che raccontano in giro) CON PREMIO sottoscritta da Renzi e Berlusconi. Alfano annuncia che chiederà lo scorporo dei voti dei partiti coalizzati che non hanno raggiunto la soglia di sbarramento. Dei PARTITI COALIZZATI: chiaro? Se per caso NCD, Lega o SEL, pur coalizzati non raggiungessero il fatidico 5 percento, essi non avrebbero rappresentanza parlamentare nemmeno se la loro coalizione avesse stravinto le elezioni. In quel caso, i loro consensi elettorali verrebbero cannibalizzati dal partito che invece avrebbe superato la fatidica soglia. In soldoni, stando all'ultimo sondaggio Tecné, Forza Italia col suo 24,3% si 'papperebbe' anche i consensi di Lega, NCD, Fratelli d'Italia, assommando da solo il 36,8% di coalizione. Siccome con questa percentuale vincerebbe il confronto elettorale SENZA NEMMENO BALLOTTAGGIO (il centrosinistra sarebbe al 33,3%), Forza Italia si cuccherebbe anche l'aiutino, totalizzando il 53% della rappresentanza parlamentare pur disponendo del solo 24,3%: quasi il 30% in più del consenso effettivo, più di quanto assommato realmente nelle urne. Uno scandalo vero. Altro che 18%!

Ora è chiaro che questa LEGGE PROPORZIONALE CON PREMIO è costruita per cannibalizzare i piccoli, spezzare le reni ad Alfano et altri, costringendoli a coalizzarsi senza nemmeno la garanzia di un diritto di tribuna. Ma anche nel caso rientrassero nei ranghi (vedi Di Girolamo), sarebbe comunque Berlusconi a stilare le liste bloccate (bloccatissime, perché quelli non fanno nemmeno le primarie), e a decidere il loro destino: ve lo immaginate il Cav. con quale gusto affronterebbe il nodo Alfano? Lo stesso dicasi per Renzi e per il PD, la logica e i meccanismi sono gli stessi, la fine di SEL è segnata. Almeno il 25% degli elettori votanti non sarebbe rappresentato in Parlamento. Se vi aggiungiamo (secondo sondaggio Tecné) anche il non voto e gli indecisi (49%!), allo stato attuale 3/4 del popolo sovrano sarebbe fuori dai giochi.

Che dire. Che oggi c'è un solo grande partito maggioritario, né di destra né di sinistra (questo sì), che vuole mettere le mani sul Parlamento, ritenendo che così possa migliorare la governabilità. Quando invece in tal modo si scatena soltanto una specie di protervia aritmetica, un consenso fittizio, numerico, dopato, a discapito di quello vero, CHE LA POLITICA DEVE INVECE CONQUISTARE (SE COSI’ SI PUO' DIRE) CASA PER CASA, affrontando con coraggio il debito di fiducia di questi anni. Insomma, la presunta governabilità ottenuta a discapito del consenso reale. Come gettare sale sulla ferita antipolitica. Domani qualcuno (un eroe, visto l'andazzo) andrà a votare SEL e il suo voto, con molta probabilità andrà al PD. Così Fratelli d'Italia verso Forza Italia. Nello stesso tempo, chi si oppone alla legge proporzionale di Renzi e Berlusconi, decisa in un incontro a quattro senza nemmeno un ‘tecnico’ dei sistemi elettorali, viene bollato come ‘proporzionalista’. Geniale. Con la complicità dei media.

Si è scelta la strada più breve, dunque, l'alchimia matematico-percentuale, invece di scegliere quella più lunga ma efficace, ossia l'uninominale maggioritario a doppio turno di collegio. Lì, sì, che avresti ottenuto un risultato spendibile in termini di governo senza dover ricorrere agli 'aiutini', perché il maggioritario esprime una maggioranza di governo direttamente dal voto libero degli elettori, senza bisogno del doping successivo. E avresti dovuto cercare il consenso collegio per collegio, in una battaglia politica libera, serrata, avvincente. Tanti 'nominati' avrebbero dovuto trottare a fianco degli elettori, invece di rilasciare dichiarazioni a tappetino in riverenza al Capo. E i duopolio politico R-B, avrebbero dovuto affrontare le voci di dissenso invece che gli alleluja di quelli che hanno famiglia e mutui da pagare. I meritocratici!


21 gennaio 2014

La metafora dell'atleta e la proposta di renzi

Consentitemi questa metafora. Un bravo atleta può scegliere tre strade. Quella di affidarsi al proprio talento, alle proprie capacità e di allenarsi, ad esempio, il minimo indispensabile. Oppure quella di allenarsi molto, con metodo, scientificamente, surrogando ove servisse le proprie carenze di talento con una volontà e una dedizione importanti. Infine, c’è chi sceglie il doping. Magari costui avrebbe pure talento, oppure potrebbe allenarsi così come sarebbe indispensabile per ottenere buoni risultati. Tuttavia, per pigrizia, indole, incapacità, carenza di talento, assenza di cultura sportiva, sceglie il doping, pur sapendo che nuoce alla salute e viola l’etica dello sport.

Il primo di questi atleti è un proporzionalista, si affida alle risorse del proprio talento e basta, né più né meno, si allena poco perché sa di essere bravo e ha molta fiducia nelle proprie doti, intende “rappresentarle” al meglio, senza ostacoli davanti. Il secondo è un maggioritario, al talento preferisce lo studio, l’allenamento, la dedizione, non lascia nulla al caso ma programma la propria attività al millesimo. Vuole “governare” bene le sue performance, più di quanto consenta il puro talento, che nel suo caso è magari pochino. Il terzo, infine, sceglie il “premio”, vuole l’aiutino, non si affida né al talento né al lavoro quotidiano, per pigrizia, inettitudine, scarsa cultura competitiva, preferisce che qualcuno sul piatto d’argento gli consegni i record, senza nemmeno averli conseguiti davvero. Ma prima o poi se lo bevono (e senza passare per il ‘via!’).

La situazione italiana è così povera e inetta e priva di talento, che la soluzione al tema del consenso, della governabilità e della fiducia verso le istituzioni è risolta senza nemmeno affrontarla, ma aiutandosi col doping all’italiana (italicum, appunto). Altro che meritocrazia. Qui vince chi prende la bandiera mentre fa calcinculo, o riesce a scalare l’albero della cuccagna. Il Paese del sorteggione, insomma, dove il premio è al più furbo non al più talentuoso a parità di chance iniziali. Questo lo dico perché:

1.     Il premio, secondo la proposta di Renzi e Berlusconi, dovrebbe essere al massimo di 18 punti, ma di fatto, se al primo turno una coalizione va al ballottaggio partendo dal 25% o meno, il premio potrebbe diventare persino di 28 punti o più. Uno sproposito, insomma. La percentuale del PCI ai tempi d’oro.

2.     Le liste sono bloccate, e quindi vale la fedeltà al Capo, il conformismo, la testa china, le risate coordinate col leader, altre che ‘nuovo’: il conformismo è merce italica da sempre.

3.     Premi di maggioranza altissimi allontano la rappresentanza politica dalle percentuali effettivamente espresse dal Paese reale, allargano il gap con le istituzioni, alimentano la forbice di lontananza e sfiducia verso la democrazia.

4.     Il doppio turno sarebbe stato meglio di collegio. Si eleggevano rappresentanti dei cittadini senza mediazioni, e non sarebbe servito alcun premio per consentire a qualcuno di governare.

5.     Gli sbarramenti sono molto alti. 5% al partito nella coalizione ammazza pure SEL. L’8% al partito fuori coalizione lo costringe a chinare il capo verso qualcuno. Il 12% alle coalizioni è un’intimidazione verso chi ha idea di coalizzarsi fuori da Forza Italia e PD.

6.     Le leggi elettorali non le fa qualcuno contro qualcun altro. Come è stato per il Porcellum, nato per bloccare l’Ulivo. Così per questo Porcellum2, nato per tenere di lato Grillo. Le regole devono essere istituzionalmente condivise, e non il frutto di un accordo a due a discapito di terzi.

PS: Aggiungo una sola amara considerazione, visti i tanti non capisco ma mi adeguo verso la proposta di Renzi. Noi sognavamo la rivoluzione, e forse eravamo ridicoli per questo, o ingenui. Oggi si sogna invece la stabilità. Una specie di sogno in sedicesimi. Quando invece sognare un po’  e sciogliere la mente dalla realtà per sopravanzarla e progettarne una trasformazione, è un’ottima palestra di vita.

 


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16 gennaio 2014

Occupy PD: chi l'ha visto?

           

Tra qualche mese, quando si dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato, sarò curioso di vedere se si deciderà in un Parlamento assediato dalla Piazza che ritma il nome dei candidati come dei mantra, oppure se si cercheranno delle intese tra i gruppi parlamentari. E vorrò anche vedere se si troverà un ottimo candidato come Marini, capace di rappresentare degnamente le istituzioni repubblicane e l’intero Paese. Perché quando si tratta di regole l’arco del pronunciamento deve essere ampio, il più ampio possibile, a meno che qualcuno non  si tiri indietro di proprio. Certo, una cosa è avviare un confronto istituzionale, un’altra è fare accordi extraparlamentari con questo o quello, peggio se si tratta di un pregiudicato decaduto dalla nomina, che non attende altro che uno straccetto per aggrapparsi e risalire la china. Vorrei solo ricordare che, se avessimo eletto Marini, molto, ma molto probabilmente oggi il premier sarebbe Bersani, e il suo governo sarebbe stato un governo parlamentare in grado di ottenere (nello stesso clima di dialogo istituzionale testimoniato dall’elezione di Marini) un appoggio su punti dirimenti ed essenziali, dalle riforme ai provvedimenti di politica economica. E invece, il bombardamento politico-mediatico di quei giorni contro ogni ipotesi di confronto pubblico tra gli schieramenti, la piazza infuocata ad arte da Grillo e non solo, l’evocazione continua dell’inciucio, l’emergenza di eleggere un Capo dello Stato a scadenza, la tagliola di oppositori interni a Bersani nel PD, pronti a lucrare successivamente e che giocavano sull’improponibilità di un cattolico come Marini a Presidente della Repubblica), ha impedito che questo disegno (la cui contestualità – il pareggio, appunto - era innegabile!) si producesse.

Oggi Renzi si prepara a giocare una partita di poker su più tavoli come se la politica fosse un fastidioso ammennicolo. Non c’è confronto istituzionale, ci sono gli incontri a due, c’è un clima di sotterfugio, c’è la concretissima possibilità di rimettere in gioco il decaduto, quasi rilegittimandolo fuori tempo massimo. Non intravedo un clima di confronto istituzionale, con chi nelle istituzioni c’è seduto davvero! Perché è innegabile che regole e Presidenza della Repubblica nascono in un clima di ascolto reciproco, ma è altrettanto vero che (adesso!) i renziani giocano a staccare accordicchi e aprire canali inquietanti con dirimpettai niente male. E non vale l’osservazione di Gentiloni, per cui se con Berlusconi ci fai accordi governativi perché negare l’accordo sulla riforma elettorale. Non è così. Le maggioranze parlamentari nascono in Parlamento, e l’attuale emerge da un contesto di parità elettorale e da una crisi che morde. È figlia dei tempi. La riforma elettorale sta nascendo fuori dal Parlamento, invece, lungo l’asse tra Arcore e Palazzo Grazioli, con un leader politico che nemmeno ha più uno scranno parlamentare per ragioni legate a vicende giudiziarie. E va pure detto che il PD ha votato per la sua decadenza, non per continuare un confronto arcoriano che oggi sarebbe persino controproducente.

Provate a immaginare per un nanosecondo (e anche meno) se oggi fosse D’Alema a menare le danze, se fosse lui a ricevere un ex senatore decaduto, in una sede extraparlamentare, magari presso lo stesso Nazzareno, resuscitandolo di fatto politicamente. Che direbbe OccupyPD? (A proposito, che fine ha fatto?) Che direbbero i movimenti viola? E quelli che ritmavano Ro-do-tà (trasformando un grande giurista in una macchietta da piazza)? E tutti quelli che usano la parola ‘inciucio’ come se fosse la principale categoria interpretativa del mondo contemporaneo? Che direbbe questo stuolo di persone che oggi sono silenziose e accovacciate da qualche parte? Immaginate se Marini fosse stato invece eletto e, di più, se l’Italia avesse colto quella Grande Occasione venti anni fa, quando una commissione bicamerale fu a due passi da sciogliere un nodo che ancora oggi ci strozza. Oggi avremmo un doppio turno alla francese, invece di rovistare col Porcellum in qualche bidone della spazzatura, e le cose sarebbero andate ben diversamente. Perché poi, a pensarci bene, una legge elettorale ce l’abbiamo già e non è più il Porcellum di cui sopra. Ha ragione Macaluso: siamo messi così male che servirebbe davvero una nuova fase costituente, con elezione proporzionale di un’assemblea parlamentare biennale ad hoc, un governo molto probabilmente largo e rappresentativo, e poi, finalmente, ripartirebbe davvero la gara, senza Berlusconi a girovagare nei corridoi dove pochi mesi fa ancora lavorava Pierluigi Bersani. E dove presto tornerà a farlo. Siatene certi.


3 gennaio 2014

Il 3x1 (o gioco delle tre carte)

           

Non vi pare curioso che Renzi proponga 3-modelli-3 di legge elettorale, purché se ne scelga uno al più presto, qualunque esso sia? Non è un segno di debolezza? Qualcuno potrebbe anche chiedersi: qual è quello che preferisci TU? E se lo preferisci, perché non lo proponi e apri un dibattito su quello in particolare, e non così in astratto, come se si fosse al mercato? Proporre tre al prezzo di uno sa di sconto promozionale. Un’operazione di marketing insomma, che non ha niente a che vedere con la discussione politica, al più sa di trattativa commerciale. Se non peggio: di tatticismo esasperato verso Grillo e Berlusconi. Che leader è quello che si rimette alla clemenza degli avversari politici, e concede tutto purché se ne faccia qualcosa. Renzi dice: mi interessa soltanto l’esito. Ossia che alla fine vi sia un vincitore e questi possa governare cinque anni. Be’, se il problema è solo lo scopo (e non l’effettiva rappresentanza, la funzionalità dei meccanismi istituzionali, la legittimità del sistema, il grado di fiducia che innesca negli elettori, la governabilità sostanziale e non solo formale) allora è tutto più facile: facciamo il sorteggione e chi vince comanda alla faccia del Parlamento. Punto. Ma se la questione è, invece, rimettere la politica in capo al caos che ci assedia, allora si tratta di tirare le fila istituzionali, si tratta di riaprire il dibattito su alcuni punti fermi, cercando un accordo che sia il più ampio ma si concentri su una soluzione, invece che arrabattarsi dinanzi agli scaffali di un supermercato alla ricerca della migliore offerta promozionale. Tutto ciò proprio per evitare un altro porcellum, che nacque da una rottura istituzionale solo per impedire che Prodi vincesse la competizione elettorale. Anche in quella circostanza qualunque sistema andava bene purché si ottenesse uno scopo. In quel caso l’ingovernabilità. E dovrebbe far riflettere un altro fatto: anche quando le elezioni col porcellum assegnarono una maggioranza stratosferica a Berlusconi sia alla Camera sia al Senato, non per questo le cose andarono bene per il governo, non per questo si aprì un orizzonte di grandi riforme e di sagge scelte politiche, bensì una valanga di leggi ad personam. Perché non sono i numeri che fanno la democrazia (per quanto viga il principio di maggioranza), ma le idee, il coraggio, la capacità di battersi contro disuguaglianze e ingiustizie. In breve la politica. Meglio se di sinistra. E poi, il grande generale non lo si nota alle scuole di guerra, ma sul campo, quando brillano le sciabole. A questo non si sfugge.

 


30 maggio 2013

Larghe intese a Roma?



Mentre il PD guerreggia sulle formule elettorali, c’è chi invece se ne frega altamente. Nel senso che, qualunque sia questa formula (maggioritario, porcellum, proporzionale, mattarellum, semipresidenzialismo, dittatura, giunta militare, arma fine de mondo) lui ha sempre pronta un’unica, medesima, solita risposta in merito alle alleanze di governo, ossia le larghe intese. La persona in questione è Francesco Rutelli il quale, riguardo alle elezioni romane, suggerisce di ricorrere a questo schema ecumenico visti i pochi elettori recatisi alle urne. Per certi aspetti fa il paio con il Veltroni commentato ieri, perché anche Rutelli snocciola cifre rivendicando i molti elettori che, a differenza di oggi per Marino (parliamo di venti anni fa!), lo votarono quale Sindaco. Vale anche per lui la considerazione che venti anni non sono solo una cifra ma una sorta di jurassico (c’era quasi il PCI!) e, dunque, assolutamente inconfrontabili con la nostra attualità. Un po’ come lavorare all’Unità d’Italia con schemi desunti al tempo delle guerre puniche.

Ma vale ancor più la considerazione che prima ci avete sballato le scatole con la legge dei Sindaci (Renzi vorrebbe persino il Sindaco d’Italia: machevvordì?) e poi, quando la si applica, si chiede subito di neutralizzarla con le larghe intese più centriste del secolo. Passi l’emergenza nazionale e il rischio che si vada alle urne ancora col porcellum: ma, nel caso di Roma, dalle elezioni uscirà un Sindaco che potrà governare cinque anni con una maggioranza certa in aula consiliare! Premesso che io non amo né il porcellum, e nemmeno il mattarellum (e considero la legge sui Sindaci una delle concause dello svuotamento di senso dei partiti territoriali), ma vivaddio, quando gli elettori (pochi o tanti chissenefrega a questo riguardo) si esprimono con chiarezza, perché offenderne il giudizio, perché buttarla in caciara con le ammucchiate? A Roma non c’è alcuna un’emergenza istituzionale! E poi, parafrasando il vecchio Bersani, ce la vedete una Giunta con Marino Sindaco e Alemanno Vice Sindaco (questo sarebbe)? Non essendocene alcuna necessità, ma trattandosi di mero strampalato desiderio di Rutelli, io credo che i romani impugnerebbero subito i forconi. E penso che lo scopo dell’ex Sindaco di Roma sia, in verità, proprio questo, nella speranza che il PD (il nemico n. 1 di tanti presunti uomini politici italiani, di qualunque colore siano) ne esca sempre peggio e la palude centrista possa trionfare. Speranze fuori tempo e fuori luogo, in una fase politica che vuole, soprattutto, radicalità e scelte nette. E non basta allo scopo nemmeno fare tanta, inutile confusione, come nel caso di Rutelli.

Nella foto, Rutelli che imita Corrado Guzzanti


13 dicembre 2012

Primarie vs. Porcellum

Le primarie volute da Bersani per i parlamentari sono un vero tsunami, c’è poco da fare. I più sconvolti sembrano proprio i renziani (i più renziani di Renzi, disciamo). Reggi è inviperito e si scaglia contro le regole. Ma quali? Se ne parlerà in direzione solo lunedì prossimo! A meno che per ‘regole’ si intenda la rabbia di dover fare davvero le primarie quando già molti si cullavano nell’idea di essere nominati, magari in ‘quote’ prefissate.  E invece la decisione del Segretario in una riunione di direzione scombicchera i piani di molti, a partire da chi voleva ‘rottamare’ ma poi, quando si ‘rinnova’ per davvero, fuori di retorica, si sente a disagio. Vi dico la verità: l’idea che dietro la formazione delle liste non vi siano le solite, estenuanti riunioni notturne, dove i nomi ballano su e giù, e c’è chi entra e chi esce nello spazio di un minuto, e tutto sembra doversi ridurre al rispetto di ‘quote’ e percentuali, nonché l’idea che 3 milioni e mezzo di potenziali elettori possano decidere tutti assieme i propri rappresentanti in Parlamento nonostante la porcata del Porcellum, be’, francamente mi elettrizzano. Speriamo solo che tutto vada bene, che non ci siano intoppi, che il PD (e SEL) sappiano interpretare bene a livello politico-organizzativo questo compito immane che si sono assunti. Sarebbe un bene per l’intero Paese. Ecco quel che significa interesse generale, altro che comici fascisti.


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permalink | inviato da L_Antonio il 13/12/2012 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 novembre 2012

Il 10%

Il 10%. Non è uno sconto o un saldo. No. È una garanzia minima, minimissima, per evitare che scatti una sorta di proporzionale puro o giù di lì, che trasformerebbe con molta probabilità il Parlamento in un caleidoscopio di forze pronte a essere divorate dal Monti-bis più politico e centrista possibile. Il 10% è il premio di governabilità che dovrebbe essere concesso al primo partito, per offrire al Presidente della Repubblica un punto di riferimento nel momento di assegnare un incarico per formare il Governo. Un modo per trasformare l’appiattimento proporzionale in un’opportunità di governo, e togliere al tecnico pur capace il compito di fare politica al posto dei partiti. Se proprio oggi vogliono lo sbarramento al 42% per far scattare il premio di maggioranza, mentre in questi cinque anni ne hanno goduto a iosa senza nemmeno essere capaci di metterlo a frutto!), diventa necessario garantire comunque un minimo di governabilità contro le possibile tentazioni montiste. Solo il PD e il professor D’Alimonte sostengono questa proposta del 10%. E ciò vale a dimostrare:

1. Che il PD stesso (Bersani in special modo) non ha alcuna intenzione di riconsegnare il testimone a Monti.

2. Che Casini, per quanto si affanni, ha in mente un progetto centrista comunque complicato e rischioso, e farebbe meglio a valutare altre prospettive più solide e ambiziose.

 

È ovvio che il PD non rinunci comunque a dialogare, a stare nella mischia, a tenere palla e vada a vedere le carte anche ora che è passato il blitz Rutelli sul 42,5%. Che non vuol dire essere ingenui o creduloni. Bersani non lo è di sicuro. Se si tratta dell’ennesima porcata, andare sull’Aventino recriminando sul bel tempo andato e su quello che potrebbe essere stato ma non è, sarebbe una sorta di suicidio violento. Lo so bene che la prospettiva più appropriata sarebbe fare un bel governo progressista a maggioranza assoluta e chi s’è visto s’è visto. Ma questo è un desiderio che non fa i conti con la realtà, con le forze in campo e con la fase storica. E la realtà è una cosa durissima, un macigno davvero ingombrante. Andatevi a leggere Maurizio Ferraris che lo spiega con più competenza, più spirito e più verve di me. Il berlusconismo nasce e sopravvive negando la realtà e trasportandoci in un modo di sogni televisivi. Ecco perché bisogna andare a vedere le carte dell’avversario, del possibile alleato e persino del compagno di partito, pensate un po’. Non è un Paese per chi ha fretta o corre troppo, questo.

 


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7 novembre 2012

Porcellum2, il risentimento

Dopo il Porcellum2 Quagliariello dice: se vogliono trattare, noi ci siamo. Noi ci siamo? Ma come, se si tratta di fare il ‘rigore’ serve la maggioranza ampia, centrista, bipartisan, e poi se si tratta di fare le scarpe a qualcuno (indovinate a chi) prima si fa la legge e poi, con comodo, si tratta? Bella roba. La maggioranza che ha approvato l’emendamento Rutelli è la stessa che ha già approvato il Porcellum1, più Rutelli appunto. Rutelli. Ha detto che è stata una scelta saggia ed equilibrata quella di fissare il 42,5% come sbarramento al premio di maggioranza, perché “non si può certo governare con una maggioranza truffa dei seggi del 55% vinta con il 30% dei seggi o meno”. Eh già. Ha detto proprio così: 30% o meno. Indovinate a chi pensava. Indovinate perché questa ansia di mettere lo sbarramento. Indovinate quali sondaggi avevano in mano e a chi pensavano questi signori così rispettosi delle regole elettorali. Indovinate. È lo stesso Rutelli che sostiene la battaglia di Tabacci nel centrosinistra e poi vota con la destra per sbarrare la strada al centrosinistra medesimo. Ecco a cosa porta la brama di vedere realizzato il proprio disegno, che è questo: bloccare il PD da una parte, confidare nello spappolamento del PDL dall’altra e imporre un governo centrista di larghe intese per tutta la legislatura. Un modo per governare cinque anni con solo il 7% dei voti. Col 30% non si debbono ricevere premi, ma con il 7% si può governare per cinque anni. Bella roba, ripeto.


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5 novembre 2012

La solita porcata

C’è chi vuole il Porcellum2. Lo si sappia. Se nella versione 1 quel sistema doveva garantire a Berlusconi di stravincere controllando i deputati come fossero propri cagnolini, nella versione 2 dovrebbe invece impedire al PD e al centrosinistra di vincere le elezioni ed esprimere una maggioranza alternativa sia al centrodestra balcanizzato di queste ore, sia alla grande coalizione di nuovo sotto la guida di Monti. Come? Stabilendo un premio alla coalizione o al partito solo nel caso si consegua una percentuale di voto altissima, al di fuori della portata attuale del centrosinistra. In caso contrario, cadremmo nel proporzionale puro e, in tal modo, sarebbe davvero la palude, dove una raggruppamento innaturale (destra-centro-sinistra) sarebbe costretto a sostenere l’ennesimo uomo della provvidenza, mentre Grillo in Parlamento apparirebbe agli occhi di un elettorato sempre più distaccato come la vera e unica alternativa in campo. Anche la contrapposizione delle coalizioni ai partiti mi sembra un mezzuccio. La politica la fanno i partiti, quelli veri, a questi andrebbe affidato il compito di costruire un governo e di garantire un indirizzo al Paese. Non a coalizioni quasi sempre frettolose, forzate e, quindi, rissose.

 

Per chiudere la stagione dell’antipolitica, parrà lapalissiano, ma serve la politica. E la politica la fanno i partiti, non quelli padronali o ‘a tema’, ma quelli veri, animati da uno spirito collettivo e da un vero dibattito interno. Un Porcellum2 così congegnato, invece, riaffermerebbe tutte le ragioni di una presunta democrazia senza i partiti, un vero paradosso, un insulto alla logica. Senza partiti si riduce tutto al rapporto populista, mediatico, demagogico tra un capo e un presunto popolo, a uno svuotamento delle istituzioni rappresentative, al solito spettacolo dei comici. Non si aprono altre fasi se non si chiude definitivamente questa, che ci ha consegnato un Paese polverizzato, senza una guida, senza una visione, senza un’etica condivisa, priva di un dibattito pubblico, con la prospettiva di affondare nelle sabbie mobili di un proporzionale puro generato dall’ennesima porcata elettorale. Serve una robusta iniezione di politica, non il contrario. E il PD e Bersani, in effetti, sono la sola speranza di questa fase. Sapevatelo.

 


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15 aprile 2010

Potere

C’è chi dice che le riforme siano solo una questione nominalistica, una specie di escamotage della classe dirigente per perpetuarsi. Sarà. Se dovessimo giudicare la necessità delle riforme dallo stato in cui versano gli istituti che dovrebbero essere riformati, io direi che esse sono irrinunciabili. Inutile ripetere quanto sia svuotato il Parlamento, ridotto a colabrodo, e quanto iniqua questa legge capace di garantire un potere infinito a Berlusconi, nonostante questo potere egli di fatto non lo abbia, almeno nelle dimensioni plebiscitarie di cui si parla sulla stampa.

Pino Corrias, su Vanity fair (!), ha messo in cifre chiarissime ed esemplificative il dato delle elezioni regionali. Computando a 100 l’elettorato, 40 elettori non hanno votato (tra astenuti, bianche e nulle). Dei restanti 60, 16 hanno votato PDL, 15 PD, 7 Lega, 4 IDV, 3 complessivamente la sinistra radicale, 3 l’UDC, 12 le altre sigle e siglette locali. Tutto qui. La differenza tra il Partito Berlusconiano e il PD è di 1 (UNO) solo elettore su 100. La Lega fa la differenza con i suoi determinanti 7 elettori. Sommati assieme fa 23 (ben sotto i 30 +1 della eventuale maggioranza). La sinistra (seppure in modo variegato e scomposto) totalizza 22. L’UDC (3) è l’ago della bilancia.

Se non fosse per il porcellum, i centrodestri sarebbero traballanti. C’è ancora qualcuno che parla di premier stravincente e di svolta plebiscitaria? Per certi aspetti (divisioni interne, mancanza di idee, promesse vuote seppur reiterate), loro stanno anche peggio di noi. Certo, se Berlusconi sommasse al porcellum anche il semipresidenzialismo saremmo fritti. C’è ancora qualcuno, per il quale le riforme elettorali e istituzionali non siano urgenti? Anzi, non siano vitali? Senza andare al governo, le idee e i punti di programma, per quanto belli ed efficaci, restano lettera morta. Testimonianze. Perché oggi non c’è più il bel regime consociativo di una volta, quando in Parlamento un accordo tra governo e opposizione pure si trovava. Oggi bisogna vincere, meglio se con le idee appropriate invece che con la comunicazione spiccia. La politica è anche potere.

AGGIORNAMENTO delle 18.00. Fini pare abbia minacciato gruppi autonomi. Il conflitto con la Lega si sta trasformando in un conflitto aperto anche con Berlusconi. Ripeto: ma non avevano vinto? A Latina si va verso lo scioglimento del consiglio comunale. Il conflitto tra FI e AN è all'apice. Il Sindaco è stato sfiduciato dai suoi. Ma la Polverini non aveva vinto proprio lì, a Latina? E se Berlusconi avesse perso la sua forza di collante? Se non ce la facesse più a tenere assieme i pezzi del centrodestra? Qui va a finire che quelli si sciolgono prima del PD :-)) Vediamo.


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